domenica 6 aprile 2008

Graditi omaggi



Ho ricevuto dal mio amico avvocato di Messina alcuni regali molto apprezzati: una bottiglia di Malvasia delle Lipari che attende di essere stappata in adeguata occasione, un libro di Laura Letizia dal titolo 'donne di Sicilia' e il mitico testo 'pezzi di vangelo' raccolta di proversi siculi, messinesi in particolare, con traduzione in italiano. Una vera chicca.

Ometterò di ricordare che due bottiglie di Passito delle Eolie invece sono perite sul campo, il cui pensiero ancora oggi mi getta nello sconforto più assoluto.

Ometterò.

Ho invece iniziato la lettura dei proverbi popolari (di Giuseppe Cavarra per Intilla Editore che stava sugli scaffali della Libreria Hobelix in via verdi a Messina da almeno 6 anni se è vero che aveva ancora il prezzo in lire) e soprattutto mi alleno nella pronuncia corretta, che mi riesce per la verità piuttosto bene.


Ne ho trovato uno che fa al caso mio e mia madre approva:


No' diri unni vai

no' diri quannu tonni.


(Nella foto: sacraro del Cristo Re - Messina)

Senza titolo

Motor...show





Chi mi conosce conosce la mia passione per le auto sportive, meglio se spider, cabrio e a due posti. Ma negli spider la comodità non è un accessorio previsto. Comunque stamattina vi elencherò le tre auto tra le quali sceglierei se potessi permettermi una nuova auto usata (di nuova non se ne parla nemmeno):
divento matta per la
ALFA ROMEO 147
AUDI A3
BMW serie 1 118 o 120

Auto aggressive e cattivelle come piace a me, compatte, di grande personalità.
Gradisco meno le piccole 'utilitarie' anche se ieri ho visto una macchinetta per cui potrei fare una eccezione: parlo della Citroen C3 PINKO, griffatissima e molto particolare (del tipo quando la vuoi rivendere te la dai in faccia): sedili bianchi perlati impunturati, maniglie dorate, pomello oro con la scritta PINKO ed altre amenità del genere. Insomma, un gioiellino.
L'unica ragione per la quale potrei anche solo prendere in considerazione di acquistare una Citroen (odio le auto francesi), ma questa è proprio sfiziosa.....

Sull'uso della fede, matrimoniale


Ci sarà ben una ragione se quando ti sposi ti scambi una fede. Ci sarà ben una ragione se ad un erto punto smetti di metterla. Le scuse? Mi sta stretta, non sono abituato, ho paura di perderla. E le declino al maschile perchè i refrattari all'anello matrimoniale sono proprio gli uomini.

Mi spiace dirlo, ma se un uomo non mette la fede, almeno inconsciamente vuole lanciare un messaggio: in realtà sono disponibile. E in qualche modo trae in inganno perchè se sei una donna sola, e incontri uno carino, un'occhiata alla mano sinistra la dai, salvo scoprire poi che non solo è sposato ma magari ha sei figli.

E' invece molto difficile che sia una donna a non indossare la fede. Le mie amiche ce l'hanno tutte, bella lucida, scintillante, accanto alla riviera di brillanti donata per la nascita del primo figlio. Non la levano se sono insoddisfatte e nemmeno se sono infelici.

Io la mia l'ho tolta molti mesi dopo la separazione e nonostante fosse una meravigliosa fede di Tiffany con brillanti non sono più riuscita ad indossarla. Aveva troppi significati, non le si può più attribuire un valore ornamentale.

Coerenza femminile?

Non so, so solo che quando il mio ex compagno mi ha regalato un magnifico solitario, io ho ricambiato con una fede, che appena ha potuto è stata chiusa in un cassetto con una scusa. Salvo poi scoprire che faceva proposte di convivenza a donne incontrare su internet. Insomma, da copione.

La fede lancia un segnale: ho preso un impegno. Poi tutto si può discutere. Ma non portarla significa: ho preso un impegno a cui non sento in profondità di aderire. Teniamone conto.

venerdì 4 aprile 2008

Considerazioni sulla sanità: Torino o cara...

Solo una breve riflessione, prima di lasciarvi alla lettura di questo articolo apparso sull'inserto Salute di Repuublica, col quale mi pregio di collaborare da più di 12 anni. (E ho finito la parte di piaggeria).

Allora, siamo andati sulla luna, smontiamo e rimnotiamo facce, ridiamo l'udito alla gente con impianti cocleari raffinatissimi, sostituiamo cuori come fossero calzini (o quasi) e poi però siamo ancora al punto di dover fare una indagine sulla sterilizzazione degli strumenti chirurgici? E la gente muore per infezioni ospedaliere dovute a batteri estremamente resistenti? Insomma, tanto corre la tecnologia, tanto sembrano aumentare altri rischi.

Lo hanno capito 100 anni fa che andavano lavate le mani prima di passare dalla settoria (autopsie) alle sale parto perchè le puerpere morivano come mosche. Ne sono passati forse più di 100, le sale operatorie sono dei veri gioielli di tecnologia, si dividono in blocchi di chirurgia "pulita" e "sporca". Esistono capo sala delle sale operatorie che ne sanno quasi più dei medici e sono praticamente delle manager (si, Cristina, penso a te e al nuovo blocco operatorio del San Giovanni Bosco di Torino che ho avuto l'onore di visitare).

Eppure abbiamo imparato da poco a contare garze e strumenti durante l'intervento (una procedura in cui tutto viene scrupolosamente contato e registrato).

Per concludere, io se dovessi finire sotto i ferri lo vorrei fare solo a Torino, dove, tra l'altro ti consegnano un set di analisi del sangue in mezza giornata mentre a Roma per farne la metà ci vogliono 4 giorni lavorativi per quelle più semplici (TSH, FT3 e FT4) e dieci, dico dieci per avere gli anticorpi antitiroide.

Ora la mia domanda è: che cosa hanno a Torino che a Roma non abbiamo? (A parte un certo bel medico che dico io...)

Strumenti sterili in chirurgia, indagine europea

di Alberto Arezzo *
In Italia, le infezioni contratte in ambito ospedaliero ammontano ogni anno a 450-700.000 casi, e provocano la morte di circa 4.500-7.000 persone. Le procedure invasive, come gli interventi chirurgici, hanno un peso notevole all'interno di questa triste statistica. I dati citati portano in primo piano il tema dell'igiene in sala operatoria. Affinché gli operatori sanitari lavorino in sicurezza e per la sicurezza del paziente, è necessario che la pulizia degli strumenti e dei presidi chirurgici segua uno standard validato.In primo luogo, è indispensabile che ogni processo di pulizia sia automatizzato, affinchè, dopo che sia stata verificata la sua efficacia, possa essere costantemente riproducibile e controllabile. Verificare l'efficacia di un processo di pulizia non è cosa da poco. Molte le variabili. Alcuni parametri possono condizionare negativamente anche il processo di pulizia automatica, come, per esempio, l'agente chimico impiegato, la temperatura dell'acqua, il disegno dello strumento. Se la pulizia degli strumenti non è completa, il successivo processo di sterilizzazione risulta inefficace ed è elevato il rischio di trasmissione di infezioni.La Commissione Europea ha voluto fare il punto sull'intero processo. Per questo ha finanziato il progetto di ricerca denominato CLEANTEST, progetto che ha coinvolto numerosi partner europei, come le Università di Tuebingen e di Reutlingen e l'Ospedale Saint Charles di Bordighera (IM), dove è stato effettuato lo studio clinico. Due gli obiettivi: 1) Definire lo stato dell'arte delle tecniche di pulizia e sterilizzazione degli strumenti poliuso per chirurgia laparoscopica. 2) Validare una nuova metodologia del processo di sterilizzazioneper tali strumenti.Le conclusioni: anche dopo un'attenta ottimizzazione di tutto il processo di pulizia, disinfezione e sterilizzazione, non tutti gli strumenti di chirurgia laparoscopica risultano correttamente sterilizzati, e quindi idonei ad un nuovo impiego. Il progetto CLEANTEST ha quindi indirettamente confermato i rischi che l'utilizzo di strumenti poliuso comporta, per cui spesso vengono preferiti strumenti monouso.A seguito della presentazione dei risultati del progetto CLEANTEST, la Comunità Europea, a tutela del paziente, ha emanato un'ulteriore normativa che obbliga ogni produttore di strumenti e dispositivi chirurgici poliuso a dichiarare nel dettaglio con quale procedimento di pulizia e sterilizzazione è garantito un efficace trattamento di questi prodotti. * Chirurgia Generale II, Università di Torino

Fonte: Repubblica - inserto Salute

Baci da Cherasco e non solo...








I baci sono la specialità di Cherasco, splendido e delizioso borgo delle Langhe. Ordinato, pulito, ricco di chiese tra cui la magnifica chiesa abbaziale di San Pietro, dalla facciata che risale al 1200 arricchita da originalissimi elementi protoromanici.

A Cherasco, sotto i portici, nella pasticceria più antica del paese si acquistano baci e praline alla nocciola (non a caso i noccioli sono tipici della zona), ma se il cioccolato non è tra le vostre preferenze io ho scovato un negozio di arredamento assolutamente magnifico.

Identificato già a 200 metri di distanza, Nagel è la mecca del provenzale Shabby e ci ho lasciato qualche soldino, nonostante avrei comprato quasi tutto. Più originale di Biggie Best e più campagnolo di Flamant, Nagel è il MIO negozio. Cesti decapè, alzatine romantiche, portacandeline di vetro sbalzato da attaccare agli alberi per una cena in giardino estiva. E poi una linea di abbigliamento in lino belga e una poltrona stupenda, legno bianco e lino grezzo su cui ho lasciato il cuore, ma ora 647 euro proprio non ce li ho.

Data la mia immensa generosità vi lascio l'indirizzo,il negozio merita:

Nagel

Via Vittorio Emanuele, 20

12062 Cherasco (CN)

Hair Spa a Firenze


Una Spa (salus per aquam) dedicata ai capelli. L'idea è venuta a Gabrio Giunti, hair stylist con la collaborazione di Wella Professional. Un salone a Via Tornabuoni, 5 dove ogni trattamento si trasforma in un vero e proprio rituale di bellezza per la cornice del viso. Per i capelli di chi, come me, è sempre ricorso a trattamenti, decolorazioni, permanenti. Trattamenti mirati e restitutivi per restituire forza e vitalità. La prossima volta che vado a Firenze io mi nci chiudo mezza giornata. Se voi siete già lì ecco il numero: 055/214668.

Hotel Adriano Shopping


Shopping d'autore all'Hotel Adriano, un appuntamento fisso per i cacciatori di tendenze che lì troveranno, il 12 e 13 aprile prossimi, i trend dell'estate. Mercato, esposizione e anche una mostra di antiquariato africano in cui saranno esposti complementi d'arredo e gioielli etnici antichi appartenenti alle tribù del Mali Bambara, Dogon, Bura e Gneghé. Il tutto unisce shopping e solidarietà. Per chi vuole farci un salto, l'indirizzo è Via di Pallacorda, 2, Roma.