martedì 14 luglio 2009

Finalmente il mio layout


Ci sono impazzita per settimane, ho caricato, levato, ricaricato layout sbagliati, salvo tornare sempre a quell'aborto di Webfetty, caricato per errore. Poi è arrivato il layout di natale, poi un altro casino e via provando. Quando stavo per arrendermi ho avuto un'idea ed ho lanciato un appello su Facebook ai miei amici per cercare qualcuno che fosse abile e arruolato. Ha risposto il mio caro amico Luciano e mi è venuto in soccorso così bene che mi sembrava un cavaliere in armatura e candido destriero. Dopo mezz'ora e in remoto aveva rimesso a posto tutti i miei pasticci e ora sono finalmente tranquilla, che le cose in disordine e stortignaccole proprio non lo sopporto a causa di un tratto di carattere ossessivo. E quindi ecco il ringraziamento pubblico, che tutti quelli che mi avevano sottolineato come babbo natale a luglio fosse fuori luogo, la foto fosse scomparsa e i post erano tagliati a destra sappiano: è merito tuo!!!!

E un caro saluto anche alla Signora.

Il posto: Osteria L'è Maistess




Delizioso buen retiro nel borgo medievale di Fagnano di Gaggiano ad un tiro di schioppo dal centro di Milano l'Osteria è stata trasformata in posteria ai primi del Novecento. Saletta con camino per l'inverno e un giardino curatissimo per l'estate che mi ha fatto credere per un attimo di essere a casa mia, in Toscana. Il cibo è ottimo, il servizio discreto e cortese, vi si trascorre una serata davvero piacevole, sotto un pergolato di glicini che a me apre il cuore. Peccato solo per le zanzare grosse e cattive, nel loro ambiente naturale. La sorpresa è stata uscire e nella notte sentire gracidare come un coro centinaia di ranocchie nascoste nelle risaie, un miracolo di armonia assolutamente inconsueta. Ogni volta che mi trovo in simili contesti mi convinco che proprio la campagna è il mio habitat ideale.

L'ho sempre saputo!


Roma, 13 lug. (Adnkronos Salute) - Le parolacce? Un antidolorifico naturale. Pronunciarle, infatti, ci aiuterebbe a tollerare meglio il dolore. A rivelarlo è uno studio della britannica Keele University, pubblicato su NeuroReport. Richard Stephens, a capo dell'insolita ricerca, ha tratto spunto da una vicenda personale: una martellata sul dito mentre era intento a costruire una casetta nel proprio giardino. Imprecare, dedusse al momento dell'incidente, lo aveva aiutato a superare la sofferenza o così gli era parso. Da qui l'idea di arruolare 64 volontari e sottoporli a una prova di dolore: immergere la mano in un secchio di acqua ghiacciata, e tenerla lì a bagno il più a lungo possibile. La prova andava ripetuta due volte, la prima pronunciando parole comuni, la seconda lasciandosi andare a suon di oscenità. Ebbene, se al primo giro gli studenti arruolati erano riusciti a tenera la mano a mollo 1 minuto e 15 secondi in media, alla seconda prova l'avevano tenuta immersa circa due minuti. La sopportazione del dolore era aumentata di circa il 50%, con un antidolorifico naturale che spesso infastidisce chi è nei paraggi ma sembra confortare quanti, per un motivo o per un altro, sono doloranti. Non è chiaro il link che fa sì che le parolacce riducano la sofferenza, ma il gruppo capitanato da Stephens suppone che pronunciarne finisca per aumentare il livello di aggressività che, come è noto, quando sale migliora la tolleranza al dolore. Una supposizione avvalorata dal fatto che quando i volontari erano intenti a dire volgarità avevano un battito cardiaco più accelerato. Il che spiegherebbe, secondo gli studiosi, perché l'uso di parolacce è diffuso in tutte le lingue del mondo da secoli, soprattutto quando ci si fa male da soli. E se succede sotto occhi e orecchie indiscrete, si può sempre fare come Fantozzi, che con il suo 'ditone' gonfio per una martellata si apparta per sfogarsi.

Fonte: Adnkronos

domenica 12 luglio 2009

Sfogo..


E' molto facile mettere le cose sulle spalle del più forte. Con il solito egoismo. Mi parla con arroganza dovuta al suo pessimo carattere e all'orgoglio che le ha rovinato la vita. Mi aggredisce perchè è dalla parte del torto. Ma il mio aiuto non è per affetto o soledarietà, non più. Pago per togliermi dalle spalle problemi più grandi. Pago pur di non sentirne più parlare. Pago perchè non me ne importa più nulla. E' orribile ma è così: non provo più alcuna solidarietà, alcuna pena, alcuna comprensione. Pago per liberarmene. Tutti abbiamo capito che è solo questo il modo di neutralizzarla, pagare, che sia libera in modo che liberi anche noi.

giovedì 9 luglio 2009

Psicologia: mi fai più pena...

... SE SEI DELLA MIA RAZZA
ROMA - Chi guarda, sente maggiore empatia per qualcuno che soffre quando questa persona appartiene allo stesso gruppo sociale. E' quanto suggerisce una nuova ricerca pubblicata sull'ultimo numero del 'The Journal of Neuroscience' e riportata su Science Daily. Lo studio mostra come vedere altri che soffrono attiva una parte del cervello associata con l'empatia, ed emoziona di più se l'osservatore e l'osservato sono della stessa razza. La scoperta dimostrerebbe come i pregiudizi contro chi non è del nostro gruppo etnico-sociale esistano già a un livello elementare. Vi sarebbe dunque una conferma a qualcosa che si era sempre sospettato ma che non era mai stato suffragato scientificamente, ovvero che esiste naturalmente un'inclinazione 'di gruppo' all'empatia. I ricercatori già dagli anni '50 avevano cominciato a studiare i comportamenti di gruppo e le inclinazioni a partecipare alle emozioni, soprattutto quelle provate da appartenenti al proprio gruppo. Il nuovo studio mostra come questi sentimenti 'preferenzialì abbiano una corrispondenza riscontrabile nell'attività cerebrale. "Le nostre scoperte hanno significanti implicazioni per capire i comportamenti sociali nella vita reale e nelle interazioni sociali", dice Shihui Han, dell'Università di Pechino, uno degli autori dello studio. Recenti studi sull'immagine cerebrale mostrano che sentire empatia per altri che soffrono stimola un'area del cervello chiamata 'corteccia cingolata anteriore'. Partendo da questo, gli autori della ricerca hanno testato la teoria che questi sentimenti empatici aumentano per i membri dello stesso gruppo sociale. Nello specifico, i ricercatori hanno scelto la razza come discriminante di gruppo, ma gli stessi effetti ci sarebbero anche con altre discriminanti. I ricercatori hanno monitorato aree del cervello in un campione di appartenenti alla razza caucasica e un altro di razza cinese. A entrambi venivano mostrati video in cui un ago pungeva un volto caucasico o cinese, e lo stesso volto veniva poi toccato con un batuffolo di cotone. Quando era l'ago a colpire venivano registrate reazioni cerebrali di empatia al dolore subito, reazioni immancabilmente più forti quando il volto era di un appartenente alla propria razza. "E' uno studio affascinante di un fenomeno con importanti implicazioni sociali, come a esempio nel campo del prestare cure mediche o negli aiuti umanitari", commenta Martha Farah, neuroscienziata dell'Università della Pennsylvania, sottolineando come questa ricerca dia adito ad altrettante domande che le risposte che da: "Per esempio, è l'identità razziale che di per se determina la maggiore o minore risposta empatica del cervello, o ci sono altre componenti di similarità tra noi e gli altri a determinarla?", e ancora, "quali esperienze di vita personali possono influenzare la disparità nella risposta empatica tra appartenenti allo stesso gruppo e a gruppi diversi".
(Fonte: Ansa)

giovedì 2 luglio 2009

Una sottile malinconia..

Lo so, ho tutto per essere felice, mi secca solo di non poter essere completamente me stessa. Va tutto gestito, modulato. Strategie, come Napoleone sul campo di battaglia. Cosa penserà la gente, me ne sono sempre fregata, ma stavolta non si può. Ci sono i cuccioli, vanno protetti. Non è cosìvvio che l'affetto se non l'amore vincano sempre. Metterci della malizia è molto facile se non sai come stanno veramente le cose. E noi non vogliamo che i cuccioli siano toccati dalla perfidia delle chiacchere delle comari squallide. Allargo le ali, li prendo tutti sotto, con sacrificio. Ora, per il futuro che verrà. Un futuro del quale non so nulla ma che sono pronta ad accettare col suo carico di difficoltà, responsabilità e bellezza.
No, non c'è nulla di male, ma il male, l'ho già detto e ripetuto, è negli occhi di chi guarda.

mercoledì 1 luglio 2009

La saggia sorella puglio-emiliana

Ipse dixit:

Mia cara, la carne non è pesce!
????????

I miei tesori non luccicano nè tintinnano
essi brillano nel sole
e nitriscono nella notte